Don Nicola Macculi lancia l’appello per ripartire dal lavoro e ricucire lo strappo della crisi economica e sociale in atto.
Sono tra le 7mila e le 7.500 le persone che mensilmente si rivolgono alla Caritas presente nelle varie parrocchie della diocesi di Lecce. Un numero elevato che nasconde cifre ben più alte se si pensa che dietro al ogni richiesta singola spesso c’è il bisogno di una famiglia. “Continuiamo ininterrottamente – spiega Mons. Nicola Macculi, direttore della Caritas diocesana di Lecce dalle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno – a svolgere i nostri servizi all’interno delle parrocchie. Tra questi, il centro di ascolto, dove c’è chi ascolta le esigenze, le situazioni di disagio, le emergenze, che sono leggermente aumentate rispetto al passato, anche a causa delle re-strizioni lavorative legate alla pandemia. C’è gente che ci porta le bollette, che non riesce a pagare le utenze. Noi proviamo, con l’aiuto di tutti, ad essere vicini a queste persone”. Don Nicola aggiunge anche che è stata avviata una sorta di segreteria di «telefono amico», che dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 18risponde alle varie chiamate di chi ha bisogno.
A tali istanze si aggiunge poi il servizio mensa della Casa delle carità e di Santa Rosa e i punti di ristoro serali.
Ma l’appello va più a fondo e punta i fari anche sulla povertà relazionale e culturale , spesso acuita dalla ‘povertà tecnologica’. “Ad esempio, non tutte le famiglie hanno un Pc o una connessione adatta alla didattica a distanza – prosegue Macculi- Per questo aspetto stiamo ascoltando un po’le comunità parrocchiali, per meglio comprendere e rispondere a queste emergenze legate ai giovani studenti. Inoltre, abbiamo delle progettualità che proveremo ad attuare nel periodo della Quaresima”.
«Venendo meno il lavoro – precisa don Nicola – si innescano tante altre difficoltà che generano problemi a livello familiare. La dimensione lavorativa è un elemento generativo, è ciò che mantiene l’andamento originario e lo sviluppo di ogni famiglia. Penso a tutte le categorie legate al tempo libero che sono bloccate: intrattenimento, servizi, alloggio, feste. Forse è ora di pensare che, per poter coesistere nel migliore dei modi con questa pandemia, dobbiamo ragionare in modo diverso e proporre soluzioni che salvaguardino il lavoro”.
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fonte: Gazzetta del Mezzogiorno


