Terra rossa

MI CHIAMO CASA DELLE AGRICULTURE TULLIA E GINO

E SONO NATA nel 2011 a Castiglione D’Otranto, in provincia di Lecce

OGNI GIORNO recupero campi abbandonati, recupero le coltivazioni antiche, costruisco un nuovo modello di economia e di comunità.


LE MIE PAROLE
di Franco Arminio – Cedi la strada agli alberi

Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane,
che ama gli alberi e riconosce il vento.
Più che l’anno della crescita,
ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.
Attenzione a chi cade, al sole che nasce
e che muore, ai ragazzi che crescono,
attenzione anche a un semplice lampione,
a un muro scrostato.
Oggi essere rivoluzionari significa togliere
più che aggiungere, rallentare più che accelerare,
significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce,
alla fragilità, alla dolcezza.
 
Si chiama Castiglione d’Otranto, conta appena mille abitanti, non ha più le scuole né l’ufficio postale. I bambini si contano sulle dita di una mano e gli anziani sono raddoppiati in due decenni, mentre la generazione che va dai 20 ai 40 è quasi completamente sparita. La frazione di Andrano è l’emblema dello spopolamento a cui sta andando incontro l’intero Capo di Leuca, anche, ma non solo, a vantaggio dell’hinterland del capoluogo leccese. Castiglione è, però, allo stesso tempo, anche il simbolo della “restanza”, la sfida di chi resta ma non per guardare indietro né per commiserarsi, perché indica “non l’antico paese, ma la nuova comunità fatta da diverse forme di produzione, da rinnovati conflitti, da altri rapporti sociali. E’ il luogo d’origine che si contamina con altri luoghi, sono le esperienze di chi viaggia e torna, mischiate a quelle di chi è rimasto. La restanza è un nuovo inizio che si riapre anche ogni giorno per evitare di sentirsi fuori luogo a casa propria” (Vito Teti, antropologo).
Sono diverse le associazioni che lavorano per Restare. Anzi, per una restanza”. Esperimenti in corso, soprattutto legati a nuove forme di agricoltura e di economia di comunità, come quelli che confluiscono nella Rete Salento Km0. La restanza è un fenomeno tipico di un’area geografica come la nostra, con difficoltà economiche e strutturali, spopolamento e desertificazione sociale, poche possibilità lavorative e di crescita. La restanza è un’azione di coraggio, forza e passione che attraverso la presa di coscienza delle difficoltà oggettive di un territorio trasforma i bisogni in obiettivi e produce risultati di benessere collettivo.
Tiziana Colluto, presidente dell’Associazione Casa delle Agriculture Tullia e Gino, che incontro in mezzo ad una distesa di terra coltivata da  pomodori pronti per essere lavorati ed imbottigliati, zucchine, melanzane, fagiolini, pronti per essere raccolti e venduti. Dietro a noi  c’è un pomeriggio trascorso nel suo Eden, chilometri di cielo e spianate di ulivi. Di questo paesaggio pregno d’anima ha bisogno Tiziana e tutti i volontari dell’Associazione per continuare a coltivare i sogni di e per un’intera comunità e territorio.
Storie del possibile –  Casa delle Agriculture Tullia e Gino è un’associazione di volontariato che opera dal 2011 con gli obiettivi di praticare la “restanza”, cioè modalità inedite di riabitare e rilanciare territori marginali e in via di spopolamento. Da anni è impegnata nel costruire un nuovo modello di economia di comunità, partendo dall’agricoltura sana, dalla cultura, dall’ospitalità. L’associazione nasce a Castiglione d’Otranto, un minuscolo paese rurale in via di spopolamento e in cui ha sempre imperato l’idea che non ci sia nulla da valorizzare.
Il paese rientra in un distretto territoriale che sulla base della statistica socio-economica ufficiale si può considerare fragile. Castiglione d’Otranto è una frazione (di circa 1.000 abitanti) del comune di Andrano (che ne conta poco meno di 5.000). È un contesto ad alto tasso di spopolamento e invecchiamento. L’11,5% dei residenti nel comune è ultrasettantacinquenne; solo il 4,5% è in età prescolare; il 35% è occupato, più del 60% è inattivo. L’associazione Casa delle Agriculture Tullia e Gino e sua “figlia”, l’omonima cooperativa, sono il frutto di un’operazione culturale profonda, ufficialmente avviata lì nel 2013 ma in fase di gestazione, in forme diverse, da molti anni prima, almeno 13 anni prima: l’allenamento a guardare ciò che si ha intorno e a progettare il futuro considerando risorsa ciò che si ha sotto agli occhi, senza scimmiottare modelli importati da altri luoghi. Ne è sorta una esperienza originale di “restanza”, per usare una parola coniata dall’antropologo Vito Teti per coniugare restare ed erranza.
Mission – Casa delle Agriculture, come promotrice di una vasta rete territoriale, come sua mission sta sperimentando un modello agricolo completamente differente da quello in atto, che ha portato all’abbandono e all’avvelenamento progressivo delle terre. Il recupero e la diffusione della biodiversità agricola certamente è un fattore importante nella salvaguardia del patrimonio territoriale, ma può anche essere un volano economico importante. Il Salento è al centro dell’attenzione turistica e i prodotti alimentari salentini sono sempre più diffusi a livello di piccola e grande distribuzione: pertanto, poter avere una grande diversità e una qualità molto alta nei prodotti agricoli è l’unica strada che si ritiene possibile per il fragile sistema economico locale. Le strade della competizione nella grande distribuzione agricola, infatti, si sono rivelate spesso dei grandi fallimenti non solo in termini economici, ma anche in termini sociali (esistono ancora in Salento aree estese che praticano lo sfruttamento dei lavoratori migranti) e ambientali (la Puglia è una delle regioni che fa più ricorso alla chimica nei processi produttivi). La terra, dunque, per Noi, ci tiene a sottolineare Tiziana, è un valore. Ma non un valore economico, non solo almeno. È soprattutto un valore sociale, che riabilita quel patto che le comunità contadine sapevano fare: indietro non si lascia nessuno.
Ecco perché Casa delle Agriculture ha deciso da tempo di impegnarsi sul fronte dell’inclusione: non ci si poteva occupare delle terre marginali senza dedicarsi anche alle persone che, allo stesso modo, in quegli spazi dimenticati rischiano di restare. Il nostro impegno è ricondurre dall’orlo al centro i loro vissuti, dare luce alle loro capacità, dare spazio ai loro bisogni. Per fare questo, però, è importante continuare a promuovere cultura: quella della cura, della solidarietà, del confronto ma anche dell’approfondimento e non dell’improvvisazione.
L’esperienza di Casa delle Agriculture Tullia e Gino, a Castiglione d’Otranto, è diventata la traccia di un film di produzione italo-belga e un caso di studio per l’Università di Lecce, perché “dimostra – ha spiegato Angelo Salento, docente di Sociologia economica e del Lavoro – che non soltanto l’agricoltura in senso stretto, ma la terra o, meglio, la campagna possono essere il luogo di una nuova prosperità. Per una volta, non parliamo soltanto di branding e marketing territoriale, ma di un’architettura, anche istituzionale, che persegue più obiettivi: migliorare la qualità dell’alimentazione, generare una politica economica territoriale fondata sulla qualità della produzione agricola e sulle altre attività che ruotano intorno alle campagne, rigenerare il tessuto rurale e il rapporto fra centri abitati e campagna, sostenere il reddito e la qualità della vita di quanti desiderano restare o tornare. In altri contesti i lavori sono già iniziati. Il Salento non ha tempo da perdere, su questo fronte, perché ogni giorno subisce un’emorragia di popolazione giovane che le glorie del turismo di massa — un’industria pesante, non dimentichiamolo — non possono compensare”.
I passi successivi – Nella sua attività, l’associazione è affiancata da una cooperativa agricola, alla quale ha passato il timone (perché forma giuridica più appropriata) della gestione di circa 15 ettari di terre sottratte all’abbandono, del mulino di comunità che è il primo centro di trasformazione di qualità dei cereali antichi, del rifugio degli animali con un asino di Martina Franca concesso dalla Regione. La cooperativa, pur essendo una persona giuridica distinta, è concepita per essere intimamente legata all’associazione, essendo “sua figlia”: per statuto, ad esempio, si è deciso che la carica di vicepresidente della coop sarà coperta dal presidente pro tempore dell’associazione e tra le due realtà esiste un fortissimo legame di mutuo soccorso a tutti i livelli.
Gli attivisti dell’associazione quotidianamente e volontariamente, coinvolgendo cittadini, bambini, anziani, agricoltori, artisti, attivisti, ricercatori, anche di altre parti del mondo, ripensano il modello di sviluppo per la comunità locale. Si porta avanti il vivaio della biodiversità, trasformato in “Vivaio dell’Inclusione Luigi Russo” grazie al progetto Puglia Capitale Sociale 2.0: attraverso la selezione e la sperimentazione delle colture autoctone (cereali, ortaggi, legumi) tramandate da millenni e ormai quasi scomparse, si tenta di riabilitare anche il ruolo di anziani, migranti e portatori di altre abilità. L’associazione ha attivato un forno di comunità e un apiario di comunità, oltre che un gruppo di acquisto popolare anticrisi. “Verso l’agriludoteca di comunità” è l’evoluzione dei campi scuola “Terra libera tutti”, per puntare in maniera stabile all’inclusione dei bimbi con altre abilità o a rischio sociale, tramite il gioco, l’agroecologia, le pratiche di educazione al rispetto dell’altro e dell’ambiente. “Cibo per la restanza” è un progetto in corso con l’Ipsar Veronelli di Casalecchio di Reno (Bo): nato dopo un viaggio d’istruzione a Castiglione, è un esperimento per unire attraverso il cibo due territori a rischio spopolamento, il Capo di Leuca e l’Appennino emiliano. L’associazione, inoltre, organizza molte attività culturali: tra le altre, la Notte Verde, appuntamento che richiama 30mila persone ed è divenuto imprescindibile per tutti coloro che si interessano alle pratiche di agricoltura naturale nel territorio salentino; Chi semina utopia raccoglie realtà: semina collettiva di antiche varietà di cereali; Ritorno al Futuro- Semina collettiva della Canapa; “Lo spirito del Grano” e altri eventi, laboratori e appuntamenti minori.
Le porte verso l’esterno: da “singola realtà” che nutre solo se stessa a soggetto  di una Comunità – I punti di forza della nostra esperienza vanno rintracciati nella forte coesione del gruppo “trainante” (che non necessariamente corrisponde al direttivo), grazie ad una fraterna amicizia tra le persone, ma anche nell’umiltà di saper ascoltare, chiedere e dunque far proprio il contributo degli altri – singoli o altri gruppi – cercando di valorizzarlo.
Restare nel flusso dell’universo e rispettarlo significa gratitudine a ciò che ti nutre, farsi sonare la vita con rispetto: io – ci racconta un volontariato – chiedo il permesso anche alle erbe indesiderate quelli che altre chiamano erbacce, prima di toglierle. “casa è dove stai bene, nient’altro”.
Se un merito abbiamo avuto è quello di aver saputo leggere la realtà che ci circonda, il nostro contesto, cercando di interpretarlo come un micromondo in cui c’è quasi tutto o, per lo meno, ci sono gli “ingredienti” giusti per evitare di scimmiottare modelli altrui per crearne uno nostro, originale, partendo da ciò che abbiamo: terre abbandonate, sì, ma anche le cosiddette “fasce deboli” per noi cruciali come anziani, disabili e migranti, mettendo a frutto le competenze plurime acquisite negli anni come singoli e come gruppo. La capacità di auto-organizzarci dipende proprio dalla pluralità di vissuti e competenze che abbiamo e questo ci rende piuttosto autonomi rispetto, ad esempio, al versante istituzionale, grazie anche alla fitta rete di contatti con realtà locali, regionali, nazionali e internazionali. Aver saputo “leggerci” e raccontarci, utilizzando gli strumenti della comunicazione sociale e dei media, ha permesso anche di agevolarci nel creare una nostra identità, che – non sempre a ragione – viene trasferita alla comunità locale di riferimento, identificata come il paese delle utopie, del biologico, dell’agricoltura naturale, della restanza.
Le criticità, ci aggiunge Tiziana, ci sono eccome, e probabilmente sbagliamo anche noi nel non raccontarle abbastanza, ritenendo che possano ledere alla nostra comunità prima che a noi stessi. Si tratta di problemi legati alla capacità di accettazione rispetto “a chi fa” da parte di chi “non fa” nella comunità di riferimento; si tratta anche di criticità legate alla poca capacità di proporre e portare avanti in autonomia i progetti da parte della fetta maggioritaria degli associati (per incompetenza, per mancanza di voglia, per mancanza di studio) con la conseguenza che il carico di lavoro si riversa sempre sugli stessi; si tratta anche di criticità legate alle scarse risorse economiche e alla fatica di reperirle oltre a quella di dover seguire in prima persona bandi, rendicontazione e burocrazia.
La condivisione con altre associazioni, un ulteriore significativo cambiamento: la reciprocità e il nutrirsi a vicenda – Ci vuole attenzione, ci vuole cura, servono linguaggio e approcci diversi, serve tanto studio per capire come rafforzare il legame con la comunità, con le altre associazioni, con altri gruppi di lavoro, cercando al contempo di essere innovatori ma provando a non essere visti come un corpo estraneo. Coltivare le relazioni, anche semplicemente di opportunità, con i concittadini è indispensabile (coinvolgerli, ad esempio, nei progetti che hanno una ricaduta economica sul territorio), come anche provare a valorizzare il contesto per creare affezione (si pensi per noi alla Notte Verde) e a riabitare i luoghi che lo consentono per creare spazi relazionali e rispondere ai bisogni della comunità (come nel caso dell’agriludoteca di comunità in una scuola dismessa). Come nelle altre realtà che praticano restanza e che conosciamo, il rapporto con la comunità locale però non è né scontato né immediato, perché spesso contempla frizioni, mal sopportazione, scarsa considerazione. Si mette in conto tutto questo perché si tratta di percorsi lunghi e probabilmente senza una fine, percorsi in cui gli slanci per dare valore e quelli di generosità dell’associazione non sempre vengono colti, accolti e ricambiati. Anzi, spesso si viene giudicati, messi alla berlina. Ad aiutare nella costruzione di una comunità resiliente, paradossalmente, nel nostro caso, è spesso la fiducia trasmessa in noi da chi giunge da fuori e che, quasi per proprietà transitiva, si trasferisce anche al resto della comunità. È come se da fuori ci fosse maggiore capacità di leggere il valore e la purezza delle nostre azioni. Strumento fondamentale, però, nel percorso di costruzione è la coerenza: essere sempre quelli che stanno dalla stessa parte, coesi, quelli che hanno uno stile ben preciso nel fare le cose, che non smentiscono con i fatti quello che dicono, anche quando costa tanta fatica.
Per noi tessere reti è fattore imprescindibile, che nasce dalla consapevolezza di non poter né voler fare tutto da soli. Animiamo una fitta rete di partner privati, vale a dire altre associazioni, collettivi, cooperative etc, grazie al coinvolgimento di queste realtà (che sono a livello strettamente locale, provinciale, regionale, nazionale e internazionale) in concreti progetti ed eventi, che servono a rinsaldare i rapporti. Insomma, non basta dialogare, siamo fermamente convinti che bisogna “fare insieme” per poter agire insieme. Spesso le proposte vengono rivolte a loro da noi, ma con alcune realtà c’è un riconoscimento reciproco tale che sono loro a chiederci di ospitare loro progetti o di essere inseriti nei nostri o noi nei loro, anche a livello di progettualità importanti a livello internazionale. L’essere presenti e disponibili e l’esser attenti a valorizzare gli altri, sia nei momenti di lavoro che nel rimarcare l’apporto ricevuto, per noi resta lo strumento migliore per agganciare gli altri al nostro percorso.
Per quanto attiene i partner pubblici, abbiamo rapporti consolidati con il Parco regionale Otranto-Leuca, con il Comune di Andrano, con alcune scuole, con il Gal Porta a Levante e con la Regione Puglia. Per garbo istituzionale, si porgono inviti e si cerca sempre di coinvolgerli, almeno gli enti più prossimi e spesso si ha attenzione. Ovviamente, il rapporto con il Comune prevede un coinvolgimento maggiore anche nella risoluzione di questioni più burocratiche e nella proposta o critica, sempre costruttiva, ad alcune scelte politiche.
Comunità Resilienti – E ancora Tiziana ci continua a parlare con amore e passione del loro operato, ricordandoci che è un gran piacere rendere conosciuto quello che per molti è sconosciuto, per strappare luce al buio, ricordandoci che le politiche della restanza debbano essere a più livelli: ci sono quelle istituzionali, quelle associative, quelle imprenditoriali e quelle personali. Da solo un ente può innovare alcuni strumenti ma non può invertire la tendenza e lo stesso discorso vale anche per le altre realtà. Certo è che contaminarsi a vicenda serve. Dare una risposta al grande problema dello spopolamento significa attivare innovazione politica, istituzionale, economica, sociale, spesso abbandonando la strada facile delle ricette preconfezionate già elaborate per altri luoghi.
Nei luoghi che si spopolano si resta creando lavoro, cosa imprescindibile anche per rafforzare la domanda di servizi (relativi a salute, trasporti, istruzione) e di conseguenza il benessere e la tutela di una comunità. Creare lavoro, però, non è qualcosa di immediato per territori poco attrattivi, proprio perché marginali, per investimenti esterni e creare lavoro sembra non essere obiettivo contemplato seriamente dalle amministrazioni locali, come se non rientrasse in nessuna delle loro competenze quando invece, esperienze fatte in alcuni comuni – si pensi ad esempio a Castel del Giudice (Molise) – insegnano che alcuni strumenti ci sono, ma serve studio, intraprendenza e capacità. Non basta, insomma, tirare a lucido i centri storici né costruire grandi zone industriali. In questi territori marginali il Comune deve farsi “imprenditore” anche nella creazione di opportunità e servizi, creando alleanze con gli enti prossimi. È questione cruciale nei territori marginali.
In questo l’ente può e deve essere aiutato dalle realtà locali che operano già con politiche di questo tipo e che spesso, per restare, quel lavoro se lo creano da sé, sebbene non raggiunga, almeno all’inizio, livelli di coinvolgimento e dunque di occupabilità della popolazione pari a quelli attivabili con un intervento deciso del settore pubblico.
Non si resta, insomma, in un luogo solo perché è bello, perché l’aria è pulita (anzi, l’esempio Taranto e delle grandi città lo dimostra) o perché a quel luogo si è legati sentimentalmente. Se mancano i servizi si può anche scegliere di restare, se si ha il lavoro. Ma se manca il lavoro no. E la crisi economica, unita al più difficile accesso al settore impiegatizio o comunque pubblico rispetto alla generazione dei nostri genitori, affievolisce ancora di più le chance per restare.
Noi abbiamo scommesso, forse più che su un luogo, sulla capacità di un gruppo di amici di studiare e reinventarsi in quel luogo, con le esperienze di cui sopra. Come abbiamo fatto con le risorse materiali, adesso proviamo a tramutare le nostre marginalità in un’esperienza forte di innovazione sociale, rigenerando i valori immateriali umani e ambientali che oggi sono alla base della riscoperta della ruralità, che non può essere moda ma nuovo cammino.
Il volontariato che bene fa – Per la nostra esperienza il volontariato è il  faro guida. Persino la cooperativa fondata nasce da un lungo lavoro di volontariato, fatto senza risparmio e spesso rimettendoci tempo e denaro. Siamo consapevoli del fatto che per restare nei luoghi del margine, se non si hanno le “spalle coperte”, la pratica della sperimentazione che consente di fare il volontariato può diventare vera formazione, unita al confronto con le altre esperienze. Volontariato per ricreare comunità, per comprendere meglio gli obiettivi, per creare nuovi legami, per mettersi in gioco, per includere i più deboli, per generare anche occasioni di lavoro, che come detto sono strumento per restare. Ciò che fa la differenza nei processi di restanza, che nascono quasi sempre dal volontariato, è la scelta tra il capitalizzare (sul piano prettamente economico, ad esempio gestendo solo progetti imprenditoriali) ciò che nel frattempo i volontari hanno creato e il rendere patrimonio comune, invece, quanto si è stati in grado di costruire, rilanciando nuove sfide collettive.
Senza la visione di quello che avremmo voluto fare non avremmo fatto nulla: per noi la visione si chiama utopia. Di riproducibile in questa singolare e importante esperienza c’è un elemento importante che è l’approccio: sapersi guardare intorno, capire quali sono i beni sotto agli occhi, chiedersi come valorizzarli per rispondere alle esigenze della comunità e ideare qualcosa di inedito. “Non crediamo nei progetti riproducibili in serie altrove, perché i nostri attingono molto alle peculiarità del contesto in cui siamo, cercando di mobilitare le realtà presenti e attraendone di nuove perché si cerca di dare spazio e valore a tutte, nella consapevolezza che questo sarà un modo per crescere anche noi. Il rischio, altrimenti, in realtà così minute è di “paesanizzarsi” troppo, di scivolare nel folclore e nel colore più che in progetti di restanza vera a propria”. Intanto si è fatta sera, è l’ora del congedo, attraversiamo il campo e ci muoviamo verso l’uscita. Ci salutiamo con un forte abbraccio, l’ombra sotto gli occhi è di chi resiste. Giriamo le spalle ai campi nella notte: no, a Castiglione d’Otranto non vincerà mai la malinconia.
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