Speranza

MI CHIAMO CONTRABBANDO SPERANZA

E SONO NATA nel 2018 a Corsano, in provincia di Lecce

OGNI GIORNO ri-abito i luoghi messi da parte, i luoghi abbandonati, i luoghi spopolati. Contrabbandoresistenza, alimento speranze.

 

LE MIE PAROLE

di Pablo Neruda – Speranza

Ti saluto, Speranza, tu che vieni da lontano
inonda col tuo canto i tristi cuori.
Tu che dai nuove ali ai sogni vecchi.
Tu che riempi l’anima di bianche illusioni.
Ti saluto, Speranza, forgerai i sogni
in quelle deserte, disilluse vite
in cui fuggì la possibilità di un futuro sorridente,
ed in quelle che sanguinano le recenti ferite.
Al tuo soffio divino fuggiranno i dolori
quale timido stormo sprovvisto di nido,
ed un’aurora radiante coi suoi bei colori
annuncerà alle anime che l’amore è venuto.
L’esperienza dell’Associazione Contrabbando Speranza. Il chiasso delle spiagge di Torre Vado arriva ovattato. Di centro storico è rimasto ormai poco, ma c’è tanto di bellezza pulita, con gli orti fin dentro il paese, qualche insegna arrugginita, un ristorante che resiste e parla di poesia. A Giuliano di Lecce gli abitanti sono poco più di 300, ma è sempre un gran da fare tra raccolta fondi per restauri, il sostegno alla squadra dell’oratorio, i laboratori con i migranti accolti da pochi mesi. A Santa Maria di Leuca si può arrivare anche a piedi. Fino a Lecce invece è più complicato. È un girotondo di borghi il Sud Salento, uno accanto all’altro a non più di due chilometri di distanza, risalendo fino a Otranto. Un paesaggio paziente, tanti campanili e il rischio di un effetto presepe. Mancano sempre più abitanti, però. Sempre più giovani, sempre più bambini. Fra qualche decennio rischiano di mancare anche gli anziani.
È il pezzo di Salento che sta scomparendo. Per prime hanno chiuso le scuole, medie ed elementari. Poi, gli uffici postali. Lavorano a singhiozzo gli ambulatori medici e l’anagrafe. A restare sempre aperti, di solito, sono solo i cimiteri e molto è il fai da te. Il fenomeno dello spopolamento morde ampie fette del territorio, frazioni in primis ma anche interi comuni. Certo, tutto il Sud Italia, come testimoniano dati Istat e Censis, ne soffre. Ma nella provincia di Lecce accade qualcosa di anomalo: un’ampia parte si svuota a fronte di un incremento complessivo della popolazione, che negli ultimi sedici anni è aumentata di 11.252 residenti. Succede perché c’è un doppio travaso in corso: lo storico trasferimento verso il nord Italia, ma anche un esodo dal sud e dall’est del Tacco verso il capoluogo e il suo hinterland, che crescono ai ritmi di un aggregato metropolitano. È una storia già vista sull’Appennino, ad esempio, o in Sardegna, isola “a ciambella”, vuota al centro e rigonfia lungo la costa. Il Leccese, invece, sta assumendo la forma di una pera rovesciata. Ma finora in pochi se ne sono accorti. E in pochi si sono dati una mossa.Sono in declino da almeno 25 anni, con bilanci demografici in profondo rosso e trasferimenti altrove di residenza, ciò che il più delle volte riguarda la fascia dai 20 ai 40 anni, quella cioè che dovrebbe far figli. È un cane che si morde la coda. Ma se le politiche sono scoordinate contro lo spopolamento, c’è chi viaggia da solo, mentre le amministrazioni sonnecchiano su questo fronte, sul territorio ci si arrangia come si può ed è il terzo settore, in particolar modo il mondo del volontariato e gruppi formali si uniscono con uno scopo preciso e chiaro.  
Incontrare tanti giovani arzilli, pimpanti e attenti in una sola botta è un’esperienza unica e indescrivibile. Incontrarli in una biblioteca comunale ti fa specie ancora più, ma l’invito in questo posto è stato fatto in maniera consapevole, prima di iniziare ad aprire la discussione i tanti volontari ci ricordano il motivo per cui è stato scelto questo luogo, “perchè i libri sono ancora veicolo di conoscenza, strumenti insostituibili per essere sempre persone libere e coscienti, anche quando la libertà viene negata, anche dove le coscienze vengono assopite”. 
Quella di “Contrabbando Speranza” è un’esperienza che nasce nel 2018 con l’intenzione di operare nel territorio del Capo di Leuca, alle prese con il lento spopolamento giovanile che vanno via sempre più spesso con una laurea in tasca, per non tornare più. “Il nome dell’associazione di volontariato vuol riprendere proprio l’origine dei nostri avi che disubbidendo si opposero alle tasse del sale, inizia proprio così a raccontarci, Antonio Nicolì, un ragazzo di 22 anni, studente di matematica, presso l’Università di Torino, Presidente della stessa. Continua con il dirci che “allo stesso modo noi, vogliamo opporci all’intolleranza contrabbandando forme di resistenza e alimentando speranze, nel proprio paese, nella propria terra in cui ci si è nati e vissuti per un periodo di tempo, una terra che ha tanto da darci se sappiamo però ciò che si vuole”. 
Obiettivi e visione chiare quasi geometriche quelle che ci tracciano i tanti ragazzi che prendono parte alla discussione che interagiscono seduti in due cerchi concentrici.  “Nasciamo con l’intento di rafforzare il senso di comunità e di fiducia, di recuperare le relazioni sociali che sempre più diventano a maglia larga, di recuperare luoghi e posti abbandonati e non abitati, invogliare alla partecipazione attiva soprattutto i giovani che sono rimasti e altri che intendono ritornare. Da anni i paesi del Capo di Leuca sono interessati da un continuo e costante svuotamento: le cause sono molteplici e di natura sia economica che demografica, sociale, antropologica e politica. Lo svuotamento sta comportando un vuoto di memorie, di rapporti, una desertificazione ambientale e un deserto di speranza. E noi “contrabbandieri non le vogliono perdere”.
Negli ultimi anni questi fenomeni, spesso sottovalutati, – continua Lucia volontaria dell’Associazione – quanto ignorati e rimossi di fronte ad una modernizzazione selvaggia, necessitano di maggiore attenzione e non possono prescindere dall’analisi del contesto. Nel Capo di Leuca scuole, uffici postali, negozi, case chiudono e creano veri e propri deserti. I tanti paesini come il nostro, Corsano, rischiano di diventare paesi fantasma. “Il paese è morto” è una frase che sentiamo sempre più spesso in questi anni. Restare fa paura. Perché guardando i paesi disabitati, desolati, ci ritroviamo soli e frammentati dentro. Ma, proprio per questo è da qui che tutto può ricominciare, mettendoti in gioco, mettendo in gioco azioni volontarie, il concetto del dono e della gratuità, della condivisione e della cittadinanza attiva”. 
L’ODV, essendo costituita in maggioranza da giovani fuori sede, permette ai ragazzi di pensare alla propria terra come luogo di aggregazione, di festa e di partecipazione, nonostante essi abbiano consapevolezza della desertificazione e dello spopolamento tipico di un paesino del Sud in particolari periodi dell’anno. Tuttavia, la loro forza sta anche nel cambiare le carte in tavola, tramite la creazione di forti legami con la comunità e di nuovi spazi relazionali stimolando i tanti giovani alla possibilità di rimanere, di restare al Sud e ripartire da qui, dalla propria terra. Un grido di speranza e bellezza si leva ad ogni parola pronunciata. Speranza che ormai molti di noi ha perso, speranza di un nuovo umanesimo collettivo.
Contrabbando Speranza è un’associazione costituita per la maggior parte da ragazzi che vivono fuori, al Nord per intenderci, alcuni all’estero, tutti legati alla propria terra, e pronti ad impegnarsi in prima linea a far rivivere e riabitare il paese una volta tornati non solo per le vacanze.
“Siamo giovani, pronti e freschi a scommettere sulle potenzialità del nostro territorio, anche tramite le tante attività svolte nelle “zone morte” del paese. 
Ma le potenzialità se non sono supportate da una fitta rete che va da enti privanti, enti pubblici, tessuto sociale non potranno mai essere espresse completamente – continua Valeria, 25anni, studentessa a Genova di ingegneria, socia dell’Associazione – altrimenti scommettere si riduce solo ad un’entità autoreferenziale. E’ un aspetto fondamentale per la buona riuscita dei progetti, nonché la condivisione di bisogni ed interessi che fanno parte di una comunità. Indubbiamente, questo passaggio facilita la coesione sociale perché ognuno cerca di partecipare attivamente contribuendo alla realizzazione delle varie iniziative”.
Se una rete resta solo una rete e non genera un movimento che sia radicato nella città o nei luoghi essenziali della vita quotidiana allora si riduce ad un enorme fatica senza grandi risultati, è questo che ci insistono a dire questi ragazzi a caratteri cubitali.  Per raggiungere questo obiettivo abbiamo adottato modalità comunitarie di presenza, di incontro e di azione abbiamo compreso i vari campi di azione (soprattutto sociali, ambientali e culturali) e le diverse competenze, abbiamo coinvolti i più “vecchi” avendo alle spalle anni di esperienza e i più giovani, anche adolescenti che con la loro capacità di innovazione e con il loro potere di aggregazione hanno reso possibile l’attivazione concreta  del tessuto sociale di una comunità di volontari”.
Antonio con gli occhi rigonfi di emozione, ci inizia a raccontare dell’evento che li ha resi noti e popolari nel proprio paese, ma non solo, lo racconta stando seduto su uno sgabello e attorno a lui i tanti amici che lo ascoltano con attenzione, chi ogni tanto donandole un sorriso, l’altro facendole un cenno con il capo per acconsentire la parola,  ci racconta di come nasce “Confini”  un evento di grande successo sin dalla sua prima edizione, nasce con l’idea e l’ambizione di intrecciare una prima base per un possibile manifesto comune di politiche della restanza nel Capo di Leuca. 
L’evento pubblico – continua Antonio-  “ha rappresentato un inedito e interessante esperimento di democrazia partecipata attraverso la condivisione dei beni comuni e privati, è stato il prodotto di una grande rete di collaborazione di giovanissimi, che insieme ad altri volontari, parte della cittadinanza hanno reso possibile la realizzazione dell’iniziativa. Questa è la testimonianza che il volontariato rappresenta una fonte inestimabile di ricchezza per tutta la comunità. “Confini” non ha nulla a che vedere con i ripetitive e sempre identici eventi culturali, è un evento diverso dagli altre nei contenuti, nei temi e nei percorsi. Ma non ha nulla di simile neppure con la mera fruizione estetica di un folkore deprivato di conoscenza e comprensione. “Confini” non è un “open space” urbano. E’ un luogo abitato, da conoscere studiandone i percorsi tematici e vivendone anche attraverso la convivialità dell’arte, gli elementi di armonia tra cultura e memoria, tra cultura e tradizione, tra arte e musica. Punto di forza del progetto “Confini” è rappresentato dalla disponibilità e la collaborazione degli abitanti del centro storico corsanese, luogo di svolgimento dell’evento, che sin da subito hanno aperto le loro case per permettere di “abitare” le loro bellissime corti come luogo di intrattenimento per momenti musicali e artistici o per laboratori, divenendo parti integranti dell’evento”.
Corsano, da tempo non viveva la grande partecipazione dei propri cittadini e di quelli provenienti dai paesi limitrofi, unita alla rivalutazione dei posti, di luoghi, del centro storico da tempo dimenticati. “Fulcro del progetto “Confini” è stato il “World Cafè”, un’imperdibile occasione di dar vita a conversazioni informali, vivaci e costruttive su questioni riguardanti l’inclusività, mettendo a disposizione la forza delle parole al fine di mobilitare in modo creativo pensieri e risorse per condividere conoscenze. Il risultato è stato la realizzazione di una raccolta di idee che ha fatto maturare diversi e nuovi punti di vista. Il “World Cafè” fa riscoprire attraverso le parole i bisogni radicali della vita, il bello della convivialità con gli altri, il piacere dell’ascolto e della descrizione, la curiosità per la manualità semplice ma ingegnosa degli anziani, la ricchezza espressiva degli animali, la saggezza chiusa nel borgo, e ti soddisfa nei bisogni umani più liberi dalla cupidigia del consumo”. 
Abitare è un verbo molto bello e importante, è sinonimo di vivere. Significa “continuare ad essere in un luogo e aver cura di quel luogo”. Ma abitare significa anche avere abitudini (habitus) ossia consuetudini di riconoscimento reciproco, significa pure avere un “habitat” ovvero che un luogo che ha significato per come lo si vive con gli altri Chi non abita, semplicemente “risiede”. Il turista che viene a Sud “risiede” senza per questo “vivere” nella memoria dell’”habitus” e senza contribuire all’”habitat”. L’abitare richiede invece sempre una scelta radicale: quella del “restare” in un luogo, per recuperarlo amarlo con un proprio fare, arricchirlo non attraverso il denaro ma l’azione. Ecco perchè Confini con le sue pratiche di democrazia partecipata, di apertura di confini appunto, intesi in senso lato, segna una coraggiosa linea di demarcazione nell’alternativa tra anonimo “open space” di consumo e “luoghi di abitare e in cui “restare”
Un ulteriore tassello indice di resistenza è stata proprio l’idea di creare una web radio dal nome “Radiocontrabbando”, questo invece ce lo racconta Biagio, ideatore dello stesso –“iniziativa svolta nel periodo dell’emergenza sanitaria nazionale, nel periodo del lockdown, proprio per rispondere all’emergenza con la capacità di reinventarsi e non assistere passivamente al trascorrere dei giorni. Il progetto della web radio è nato con l’obiettivo di riannodare i fili della matassa sciolti dal momento duro ed anomalo, il coronavirus, che anche la comunità corsanese ha vissuto. Questo è stato possibile grazie al canale della diretta facebook, che attraverso esso sono riusciti a raggiungere e mettere in collegamento chi, per lavoro o per studio, vive lontano dal paese, affrontando tematiche  diversi  e variegate  grazie all’intervento di ospiti, anche di un certo calibro nazionale, che si sono messi in contatto direttamente dalla propria abitazioni per condividere e restituire coraggio e forza attraverso la parola, quella che salvifica. Il fine è stato quello di raccontare un paese che cerca di restare unito nonostante la distanza imposta nel particolare momento storico, ripristinando la bellezza delle tradizioni sotto forma di canti e balli sui balconi, un po’ come avveniva qualche anno fa quando la comunità si raccoglieva la sera seduta al fresco a condividere momenti di quotidianità. In “Radiocontrabbando” sono state messe in pratica le innovazioni digitali, utili alla connessione di tutti: dai più grandi ai più piccoli, tutti i facebook spettatori nell’era dei social, permettendo così di ridurre le distanze e riuscire ad abbracciarci virtualmente, una forma diversa di resistenza se vogliamo”.
Un’esperienza quella di Contrabbando Speranza che cerca di ridare ai giovani la coscienza della propria storia e la consapevolezza dei valori contenuti nella civiltà di questa terra, in essa si vivono in qualche modo le tante problematiche che angustiano la società moderna ma soprattutto le tante speranze che ogni di noi ha. Parlare di Resistenza oggi non è questione di nostalgie, né di combattere sulla carta le battaglie armate di settant’anni fa. È questione di capire dove possiamo andarla a cercare oggi quella speranza, quel domani, quella storia, e con quali strumenti e con quali simboli. Resistenza non significava passato, significava futuro; ma è proprio il futuro quello di cui oggi sentiamo la mancanza. Resistere oggi significa anche lottare contro le nuove forme di sfruttamento e prevaricazione, facendo rivivere i valori di giustizia e uguaglianza su cui si è fondata la Resistenza. Lottare per la salvaguardia del proprio territorio, lottare per una vita affrancata dalla precarietà, in cui il lavoro sia un diritto e non un ricatto per cui morire. Lottare per una società che consideri la libertà di movimento dei popoli e dei saperi una ricchezza e non una minaccia, un diritto e non un pericolo da vigilare e reprimere. Resistere all’ubriacatura mediatica, resistere nel senso di trasformare e creare nuove realtà di giustizia e di pace, resistere per credere nell’uomo anche quando l’ingiustizia sembra avere il sopravvento.
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