Dal welfare in crisi a un modello fondato su prossimità, partecipazione e responsabilità collettiva
Nel pieno di una crisi strutturale del sistema di welfare, il Terzo Settore rilancia una proposta che va oltre la semplice riorganizzazione dei servizi: rimettere la comunità al centro della salute. È questo il cuore dell’iniziativa promossa da Prima la Comunità, insieme a numerose realtà associative e di volontariato impegnate nel welfare territoriale, che chiedono un cambio di paradigma reale: dalla sanità alla salute.
La Casa della Comunità, introdotta dal PNRR e dalle recenti normative, non può essere ridotta a un contenitore amministrativo o a una somma di prestazioni sanitarie decentrate. È, al contrario, una scommessa sul futuro: un luogo fisico e simbolico in cui istituzioni, professionisti, Terzo Settore e cittadini condividono responsabilità, decisioni e percorsi di benessere.
Il riferimento è solido e costituzionale. L’articolo 32 della Costituzione riconosce la salute come diritto fondamentale della persona e interesse della collettività, mentre la legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale ha da sempre previsto il coordinamento tra istituzioni e la partecipazione attiva delle formazioni sociali. Su questa linea si colloca anche il Codice del Terzo Settore, che sancisce la co-programmazione e la co-progettazione come strumenti ordinari dell’azione pubblica, riconosciuti come di valore costituzionale dalla Corte costituzionale.
Ma lo scenario attuale è complesso. Aumentano le diseguaglianze sociali e territoriali, crescono povertà materiali e relazionali, si diffondono solitudine e isolamento, mentre il sistema sanitario resta spesso ospedalocentrico, frammentato e poco capace di intercettare i determinanti sociali della salute. In questo contesto, la risposta non può essere emergenziale né settoriale.
La Casa della Comunità può diventare lo strumento per ricomporre ciò che oggi è diviso: sanità e sociale, cura e prevenzione, servizi e relazioni. Un vero “luogo dei luoghi”, capace di mettere in rete risorse istituzionali e comunitarie, formali e informali, valorizzando il capitale sociale presente nei territori. È qui che il Terzo Settore gioca una partita decisiva, non come semplice erogatore di servizi, ma come generatore di legami, fiducia, partecipazione e innovazione sociale.
Il manifesto richiama con forza anche il tema della deistituzionalizzazione e della centralità della domiciliarità, soprattutto nell’ambito della salute mentale, dove il disagio si manifesta oggi con intensità inedita. La salute, intesa come benessere fisico, psichico, sociale e relazionale, non può essere confinata negli ambulatori: nasce e si costruisce nei luoghi di vita quotidiana.
Perché questo accada, servono scelte strategiche chiare. Le amministrazioni locali, chiamate a governare l’integrazione tra servizi sociali e sanitari, devono assumere fino in fondo il principio di sussidiarietà, riconoscendo il valore delle risorse sociali e garantendo processi partecipativi reali. Allo stesso tempo, è richiesta una nuova qualità dell’agire professionale, capace di lavorare in rete e di condividere obiettivi con la comunità.
La Casa della Comunità, in questa visione, diventa esperienza concreta di welfare generativo: un patto sociale rinnovato in cui ciascuno – istituzioni, operatori, cittadini, Terzo Settore – è protagonista attivo nella produzione di salute come bene comune.
Infine, l’impegno a valorizzare e mettere in rete le esperienze già presenti nei territori rappresenta un passaggio decisivo: non si parte da zero, ma da un patrimonio diffuso di pratiche di prossimità, inclusione e solidarietà che attendono solo di essere riconosciute e rese strutturali.
La sfida è aperta. La Casa della Comunità può restare un’etichetta vuota o diventare il laboratorio di una nuova idea di salute e di democrazia. Molto dipenderà dalla capacità, politica e collettiva, di scegliere la seconda strada.


